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Ore 18.01.25
Giorno
01/06/07

Premio Nazionale Cantello, è ovazione per Clay Regazzoni
Varese - A Villa Ponti si è celebrata la terza edizione del premio. Presenze prestigiose dello sport e del giornalismo sportivo, il tutto condito da qualche nota polemica
Da Fogar a Campedelli, il Premio Nazionale Cantello va ai sogni e alla volontà

Lo sport emoziona nel gesto passato e potenziale: ciò che è stato e ciò che potrebbe essere. Il gesto atletico si consuma nell'istante stesso in cui diventa prestazione, record per entrare nel mito e rivivere una seconda vita nel racconto e nella celebrazione degli uomini. E non importa se  il mito è inchiodato su una sedia a rotelle, paralizzato dalla testa in giù, con lo sguardo perennemente rivolto al cielo, con gli occhi semichiusi come in una sorta d'invocazione, obbligata nella posizione, sofferta nella smorfia trasfigurata dello sguardo e nel tono affannato della voce. Ambrogio Fogar sta ormai così da quasi dieci anni. Durante il raid Parigi-Mosca-Pechino, la macchina su cui viaggiava si capovolse e Fogar si ritrovò con la seconda vertebra cervicale spezzata e il midollo spinale tranciato. Fu l'immobilità assoluta, se si esclude quella del pensiero e delle parole. Lui che aveva fatto della prestazione e del movimento la propria vita, a volte fin troppo spettacolare e qualche volta discutibile, non ha rinunciato a quell'unico movimento che ora gli è rimasto possibile
Ambrogio Fogar, di fronte alla platea del Premio Nazionale Cantello, ha dimostrato che la parola puo' essere evocativa, faticosa ed efficace quanto il gesto atletico, e forse, per chi si trova nella sua condizione, anche di più. "Non mollate mai. Se avete deciso che lo sport è una componente importante del vostro futuro, non mollate mai". Una semplice verità di uomo e di atleta, che diventa appello alla volontà, per chi è costretto a ritrovare solo nei pensieri e nelle parole, e non nella fisicità del gesto quotidiano, la voglia di andare avanti. 

Un Premio Nazionale Cantello diverso, quello targato 2001. Segnato da qualche vena polemica. Ha aperto le danze Toto Bulgheroni, primo premiato. "Non penso che le basi su cui si fonda attualmente lo sport professionistico in Italia durerà molto, perché mancano le regole. Lo sport professionistico è una grande torta e i proprietari ci rimettono sempre."  E forse alcune delle regole invocate dall'ex proprietario dei Roosters Varese riguardano anche il rapporto tra sport e media. Giovanni Calabrese, olimpionico del canottaggio, e il cestista Christian Di Giuliomaria hanno messo il dito nella piaga. "La Rai manda in onda le partite dell'Europeo di basket a notte fonda e noi siamo già fortunati, perché il basket trova comunque spazio. Figuriamoci gli altri sport, quelli definiti minori".
"Il nostro è uno sport - ha detto invece Calabrese - che non esiste per 360 giorni all'anno e poi diventa popolare in occasione solo dei grandi appuntamenti. Noi rivendichiamo, in un momento di crisi del Coni, il diritto di esistere perché è solo se ci sono certe condizioni che riusciamo a vincere e a sognare".

Una folta e prestigiosa pattuglia di arbitri, dall'internazionale Pierluigi Collina al giovane emergente Paolo Dondarini, entrambi sotto l'occhio attento del designatore Pierluigi Pairetto, non poteva non innescare un dibattito, un po' scherzoso e un pò risentito, con altrettanti prestigiosi giornalisti, quali Bruno Pizzul, Candido Cannavò e David Messina. Non è sembrata solo una questione di pagelle del lunedì mattina o della domenica sera, ma qualcosa di più importante legato alla libertà di stampa, al rapporto con il mondo dello sport professionistico, in particolare con il calcio, sempre più lontano dalla vita reale e dalle cose umane, carico di interessi extrasportivi. Però c'è sempre l'eccezione che conferma la regola, si chiama Luca Campedelli, giovanissimo presidente del miracolo Chievo, cittadina veneta che conta poche migliaia di anime. Lui una storia reale, umanamente ricca da raccontare, con il suo cantilenare veneto, c'è l'ha. È la storia della sua squadra, quel Chievo Verona che ha inaspettatamente conquistato la serie A e che, nonostante ciò,  si trova su un altro pianeta, lontano dai lustrini e dalle pailettes che caratterizzano il grande calcio. Campedelli ha un sogno nel cassetto, che non è la salvezza e nemmeno la permanenza nell'olimpo del fulbal italico: fare una tournée in Inghilterra con la sua squadra. Un sogno così ingenuo e fanciullesco che, seppur non comparso nella motivazione, gli sarebbe comunque valso la giusta assegnazione del premio.

Michele Mancino

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