Lo sport
emoziona nel gesto passato e potenziale: ciò che è stato e ciò che potrebbe essere. Il gesto atletico si consuma nell'istante
stesso in cui diventa prestazione, record per entrare nel mito e
rivivere una seconda vita nel racconto e nella celebrazione degli
uomini. E non importa se il mito è inchiodato su una sedia
a rotelle, paralizzato dalla testa in giù, con lo sguardo
perennemente rivolto al cielo, con gli occhi semichiusi come in una sorta d'invocazione,
obbligata nella posizione, sofferta nella smorfia trasfigurata
dello sguardo e nel tono affannato della voce.
Ambrogio Fogar sta ormai così da quasi dieci anni. Durante il
raid Parigi-Mosca-Pechino, la macchina su cui viaggiava si
capovolse e Fogar si ritrovò con la seconda vertebra cervicale
spezzata e il midollo spinale tranciato. Fu l'immobilità
assoluta, se si esclude quella del pensiero e delle parole. Lui
che aveva fatto della prestazione e del movimento la propria vita,
a volte fin troppo spettacolare e qualche volta discutibile, non
ha rinunciato a quell'unico movimento
che ora gli è rimasto possibile.
Ambrogio Fogar, di fronte alla platea del
Premio Nazionale Cantello, ha dimostrato che la parola puo' essere
evocativa, faticosa ed efficace quanto il gesto atletico, e forse, per chi si
trova nella sua condizione, anche di più. "Non mollate mai.
Se avete deciso che lo sport è una componente importante del
vostro futuro, non mollate mai". Una
semplice verità di uomo e di atleta, che diventa appello alla
volontà, per chi è costretto a ritrovare solo nei pensieri e
nelle parole, e non nella fisicità del gesto quotidiano, la
voglia di andare avanti.
Un Premio Nazionale Cantello diverso, quello
targato 2001. Segnato da qualche vena polemica. Ha aperto le danze
Toto Bulgheroni, primo premiato. "Non penso che le basi su
cui si fonda attualmente lo sport professionistico in Italia
durerà molto, perché mancano le regole. Lo sport
professionistico è una grande torta e i proprietari ci rimettono
sempre." E forse alcune delle
regole invocate dall'ex proprietario dei Roosters Varese
riguardano anche il rapporto tra sport e media. Giovanni
Calabrese, olimpionico del canottaggio, e il cestista Christian Di
Giuliomaria hanno messo il dito nella piaga. "La Rai manda in
onda le
partite dell'Europeo di basket a notte fonda e noi siamo già
fortunati, perché il basket trova comunque spazio. Figuriamoci
gli altri sport, quelli definiti minori".
"Il nostro è uno sport - ha detto invece Calabrese - che non
esiste per 360 giorni all'anno e poi diventa popolare in occasione
solo dei grandi appuntamenti. Noi rivendichiamo, in un momento di
crisi del Coni, il diritto di esistere perché è solo se ci
sono certe condizioni che riusciamo a vincere e a sognare".
Una folta e prestigiosa pattuglia di
arbitri, dall'internazionale Pierluigi Collina al giovane
emergente Paolo Dondarini, entrambi sotto l'occhio attento del
designatore Pierluigi Pairetto, non poteva non innescare un
dibattito, un po' scherzoso e un pò risentito, con altrettanti
prestigiosi giornalisti, quali Bruno Pizzul, Candido Cannavò e
David Messina. Non è sembrata solo una questione di pagelle del
lunedì mattina o della domenica sera, ma qualcosa di più
importante legato alla libertà di stampa, al rapporto con il
mondo dello sport professionistico, in particolare con il calcio,
sempre più lontano dalla vita reale e dalle cose umane, carico di interessi
extrasportivi. Però c'è sempre l'eccezione che conferma la
regola, si chiama Luca Campedelli, giovanissimo presidente del
miracolo Chievo, cittadina veneta che conta poche migliaia di
anime. Lui una storia reale,
umanamente ricca da raccontare, con il suo cantilenare veneto,
c'è l'ha. È la storia della sua squadra, quel Chievo Verona che ha
inaspettatamente conquistato la serie A e che, nonostante ciò, si trova su un altro pianeta, lontano dai lustrini e dalle pailettes che caratterizzano il
grande calcio. Campedelli ha un sogno nel cassetto, che non è la
salvezza e nemmeno la permanenza nell'olimpo del fulbal italico: fare una tournée in Inghilterra con la sua squadra. Un
sogno così ingenuo e fanciullesco che, seppur non comparso nella motivazione, gli sarebbe
comunque valso la giusta assegnazione del premio.
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