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Demetrio
Stratos sarebbe certamente orgoglioso di questo suo allievo.
Con quella voce particolarissima, quasi singhiozzante, che non
perde una nota che è una e arriva dappertutto, Eugenio
Finardi ha dato spettacolo per quasi due ore, come se
trent'anni di carriera non pesassero affatto.
Accompagnato da
un'ottima band, Finardi ha dato vita ad un concerto che ha
colpito per intensità e grinta. Per lui, che è anche figlio
dell'America, quella a stelle e strisce, era un appuntamento
particolare. I fatti di New York e Washington hanno lasciato
il segno, a maggior ragione in chi, come Finardi, ha criticato
duramente, in più di una canzone, il sistema americano .
"Solitamente l'inizio del concerto è più scenografico -
ha detto appena salito sul palco - però ciò che è successo
negli Stati Uniti, appena una settimana fa, merita e impone
più concentrazione e raccoglimento. Penso anche che per un
po' di tempo non canterò più Dolce Italia".
La
differenza tra un artista e un lavorante dello spettacolo sta
in questo scarto, nella capacità di rigenerarsi e di
ritrovarsi, nonostante tutto e nonostante la vita.
"Costantinopoli" ha aperto il concerto. Scelta
azzeccata e un messaggio diretto al pubblico. Costantinopoli
come New York, città libera e aperta, antitesi della chiusura
e della xenofobia, incroci di culture e melting pop. Un
crescendo in cui Finardi ha riproposto il meglio del suo vasto
repertorio, ricreando atmosfere intime
con canzoni come Patrizia, Non è nel cuore, Un
uomo, Le ragazze di Osaka, La forza dell'amore
senza rinunciare alla carica che lo ha sempre contraddistinto.
Particolare per interpretazione e arrangiamento la canzone Uno
di noi , cover di One of us di Joan Osborne,
canzone tradotta di getto durante un concerto della
cantautrice al Roseland Theatre di New York.
Un cantante ha
sempre una canzone di un collega che avrebbe voluto incidere,
per lui era "I giardini di marzo", il capolavoro di
Battisti e Mogol. Un attacco sbagliato, troppo alto, e le
scuse al pubblico. E anche in questo Finardi si dimostra un
grande artista. Ricomincia. Scende con la voce a pescare
note impossibili, fino alla risalita e all'ovazione finale.
"Le canzoni servono ad imbottigliare le emozioni. Quando
ho deciso di incidere I giardini di marzo attraversavo
un periodo doloroso, non riuscivo a cantare. Allora quando mi
è stato proposto dalla casa discografica di incidere con
altri artisti una canzone in omaggio a Battisti, la mia
condizione, per accettare, era di cantare quella canzone. I
giardini di marzo, insieme a Non è Francesca
interpretano perfettamente il sentimento di chi si sente
tradito e quella canzone era il modo per farmi superare
quel dolore."
Il pubblico ha
cantato, ha ballato e ha ascoltato le confessioni di un padre
con attenzione, sussurrando con delicatezza le parole di Amore
diverso, canzone nata per non essere un disco. "E' la
più pura, quella che amo di più. L'ho cantata ai miei figli
nella culla, a tre generazioni: da Elettra, che oggi a
diciannove anni, fino alla piccola Francesca che ne ha
due". Un Finardi generoso che non si è risparmiato
nemmeno nel bis. Un finale con i pezzi storici da Diesel
a La radio , da Extrarrestre a Laura degli
Specchi, per finire con la dura In trappola.
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