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Ha quindici anni e il suo nome
è già noto negli ambienti letterari italiani. La sua novella
"Sognando Palestina" edita da Fabbri ha riscosso
notevole successo. Randa Ghazy è nata a
Saronno da genitori egiziani: «Sono stati loro, soprattutto mio
padre, a trasmettermi una sensibilità particolare per ciò che
avviene in Medio Oriente.»
"Sognando Palestina" è il racconto di un'amicizia tra
un gruppo di ragazzi che vivono nei territori occupati: «Sono
diverse esperienze di giovani che vivono quotidianamente con la
paura nel cuore, a stretto contatto con i carri armati, con in
mano le pietre. Ma sulla sfondo c'è anche una storia d'amore tra
un palestinese e un'israeliana. La vicenda si conclude in modo
tragico: con una sparatoria nei pressi
della loro casa».
Cosa l'ha spinta a scrivere questa novella?
«Ciò che sta avvenendo nei territori occupati mi coinvolge
emotivamente. Ho cominciato ad interessarmi all'inizio della
seconda Intifada. L'immagine di quel bambino che con il padre si
è trovato tragicamente in mezzo ai proiettili ha suscitato in me
sentimenti che non avevo mai provato prima: la consapevolezza del
dramma che si sta consumando in quelle zone. La storia che
racconto vuole essere anche una sorta di spiegazione di ciò che
provano questi giovani che crescono con la paura e la rabbia in
corpo. Volevo tentare di comunicare le motivazioni che spingono i
ragazzi a farsi saltare in aria»
"Spiegare": ma
ciò che sappiamo noi non è sufficiente per comprendere?
«La televisione italiana è limitata nelle informazioni e spesso è
parziale. Vedo spesso trasmissioni dove gli ospiti sono solo di
una parte e danno una visione distorta degli avvenimenti. Io, per
essere aggiornata, vedo i canali arabi e leggo riviste egiziane.
La disinformazione, comunque, ritengo sia generalizzata in
tutt'Europa. Gli europei sono molto legati agli Stati Uniti e le
opinioni sono omologate».
I suoi coetanei italiani, i
suoi compagni di scuola, come vivono questo dramma?
«Nell'assoluta indifferenza. Non c'è consapevolezza della gravità
del problema. Quando io mi indigno davanti a determinate notizie
del giornale, loro mi guardano sconcertati. Ma l'indifferenza è
generalizzata. Quando ho chiesto di poter organizzare nella mia
scuola un incontro con l'associazione Italia Palestina mi sono
scontrata contro un muro di indifferenza. "Non
interessa" mi sono sentita ripetere da più parti».
Ma quale futuro ci può
essere per quella terra?
«Uno scrittore ebreo una volta ha scritto che se ogni popolo
rivendicasse la terra dei propri avi, il pianeta diventerebbe un
manicomio.... La storia, comunque, è andata avanti: tornare
indietro non si può. Ritenere che gli israeliani se ne debbano
andare è impossibile. Il futuro può essere solo la pacifica
coesistenza. Due stati confinanti con Gerusalemme capitale
condivisa».
Lei è mai stata in
Palestina?
«Non ancora ma è il mio sogno più grande».
Cosa Le fa pensare di aver
colto lo stato d'animo di questi ragazzi dell'Intifada?
«Io, per le mie origini, vivo tra due mondi. Conosco l'Occidente ma
comprendo anche il mondo arabo. Non ho studiato integralmente il
Corano ma ho presente il significato di quelle frasi che i giovani
palestinesi ripetono: sono invocazioni ad Allah. È la fede che li
sostiene in questa loro guerra».
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