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Hockey
- Intervista al coach dei Mastini |
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Odino:
«Bisogna credere nei giovani» |
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Esce
dallo spogliatoio con la fronte imperlata di sudore, stanco ma
felice. Ha appena finito l'allenamento, l'ultimo prima della pausa
natalizia. Frank Odino è l'incarnazione del nuovo progetto della
Mastini: grinta, solidità morale e carattere. Quando parla ti
guarda dritto negli occhi, con un piglio che trasmette ottimismo e
sicurezza.
Coach avete chiuso con una sconfitta pesante contro la Lariana,
una cosa un po' inusuale per la sua squadra.
«Abbiamo pagato la stanchezza e
qualche acciacco dovuto all'influenza. Le assenze hanno fatto il
resto. Comunque nulla di preoccupante anche perché le sconfitte
servono quanto le vittorie a formare l'atleta».
Se dovesse indicare la caratteristica
più spiccata di questa squadra?
«Il carattere. È un gruppo straordinario, formato da ragazzi
vincenti, trasparenti, che hanno scelto uno sport lontano dai
lustri. Con Matteo Malfatti abbiamo fatto un buon lavoro perché
la squadra è un mix ben equilibrato di ragazzi giovani, un gruppo
ben affiatato, e qualche innesto di nostri giocatori che erano
andati fuori Varese a fare esperienza. In questo modo nello
spogliatoio non ci sono rivalità. Questa è la formula vincente e
quando le gambe e il cuore non sono sufficienti viene fuori
l'esperienza, la tecnica e il cervello».
Nei vostri progetti annunciati c'è anche quello di arrivare
alle Olimpiadi invernali di Torino nel 2006 con una squadra
competitiva. C'è la possibilità che qualche mastino vesta la
maglia azzurra?
«La nazionale italiana è nel gruppo B. Questa situazione è il
riflesso di una mancanza d'investimento nei giovani. Quando io
giocavo la nazionale italiana era formata perlopiù da giocatori
americani e canadesi che venivano richiamati in patria, ma che non
erano frutto del vivaio italiano. Qui abbiamo fior di ragazzi che potrebbero
avere un futuro in questo sport. Quando io vedo un atleta di
vent'anni che ha determinate qualità devo seguirlo e formarlo,
devo creare un atleta. Il futuro dell'hockey sta tutto
nell'investimento sui giovani».
In
questa prima parte della stagione abbiamo visto un'ottima
formazione. La gente ha riempito gli spalti del palaghiaccio solo
in occasione di qualche evento, come il derby con la Lariana. Che
cosa manca all'hockey varesino per tornare ad essere seguito come
un tempo?
«Io sono convinto che se questo campionato di B fosse stato come
doveva essere, il palaghiaccio sarebbe stato sempre gremito .
Però siamo sulla via giusta. C'è sempre più gente che mi ferma
per strada e oltre ai ricordi mi parla del presente. Questo è un
bel segnale».
A cosa non rinuncerebbe mai?
«Allo spogliatoio, al clima che si respira prima della partita.
È da quando ho sei anni che faccio questo sport, ce l'ho nel
sangue. E poi l'odore del ghiaccio, dalla Russia all'America, è
inconfondibile e irrinunciabile. Questo sport è duro ma è una
bella metafora della vita: in campo si combatte e alla fine
ci si stringe la mano e si va a bere una birra».
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M.M. |
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