Vai a Varese a canestro
Torna allo
Sport
E-mail

Ore 18.01.02
Giorno
01/06/07
Tony "the ruler" Lauri scalda i guantoni

I fratelli Lauri premiati 
al PalaIgnis

Varese incorona Beppe "The End" Lauri

Varese - Intervista al talento varesino che venerdì sera combatterà al teatro di piazza Repubblica contro il francese Fabrice Colombel per il titolo comunitario

Tony Lauri, lo zen e la nobile arte del pugilato


Ha la faccia di un angelo, ma sul ring picchia come un diavolo. Sul collo ha tatuato una pantera, simbolo di grinta e coraggio. Sembra un monaco zen, esprime nei gesti e nelle parole una calma e una misura inconsuete per un ragazzo di 23 anni che fa il pugile ed è campione italiano in carica dei pesi welter. “The ruler” è il suo soprannome, significa "colui che detta legge". Tony Lauri è considerato un talento cristallino della noble art, perché unisce alla potenza una tecnica sopraffina. È salito sul ring a soli 7 anni e ha un mito nel cuore che si chiama Marvin Hagler. Lui come il fratello Beppe, recente campione intercontinentale WBO dei superleggeri, ha avuto un maestro d’eccezione, il padre Augusto (foto sotto).
Iniziamo da qui. Che cosa vuol dire avere un padre allenatore?
«È un aspetto che ha i suoi pro e i suoi contro. Molti colleghi mi dicono che sono fortunato e in parte è vero. È bello perché condividi molto, con lui poi c’è un ottimo rapporto, lo considero un amico. I contro sono rappresentati dal fatto che si parla  molto di pugilato ed essendo lui sempre vicino non ti risparmia mai le critiche. Però è un ottimo maestro» 

augustolauri.jpg (8432 byte)Che cosa pensa quando è sul ring. Si immedesima mai  nel suo avversario?
«Quando sei sul ring devi vincere una battaglia, non puoi lasciarti troppo andare. Nell’ultimo incontro valido per il titolo italiano ho vinto per ko contro Vincenzo Finzi, che è un mio amico e conosco da molti anni. Ho gioito per la vittoria, ma dopo l’incontro sono andato a salutarlo e a sincerarmi delle sue condizioni».
Lei ha dichiarato che non guarda mai le cassette del suo avversario, perché?
«Già salire sul ring è un traguardo e una prova di coraggio. Sapere o non sapere del tuo avversario non cambia nulla, perché dopo i primi tre minuti dell’incontro lo conosci».
Uno pensa che un campione sia ricco. Lei vive di boxe?
«Assolutamente no. Faccio il metalmeccanico e lavoro su una fresa a controllo numerico. Anche se sono un professionista non potrei vivere solo di boxe. Io sono stato fortunato perché il mio datore di lavoro mi dà una mano, adesso in prossimità dell’incontro lavoro solo il pomeriggio. I miei compagni mi vengono a vedere, con loro c’è un ottimo rapporto».
La boxe coincide anche con il suo hobbie?
«Mi piace il ballo latinoamericano, ci vado con la mia fidanzata, aiuta a scaricarmi, è divertente. Il destino è stato beffardo in questo caso perché il mio maestro di ballo è un ex pugile di ottimo livello che a sua volta era un allievo di mio padre. Adesso io vado da lui per imparare a ballare. Peppe e Claudia sono due grandi amici
»
E che cosa le dice la sua fidanzata quando combatte?
«Lei è una pacifista e non ama gli sport cosiddetti violenti, anche se negli ultimi tempi si sta avvicinando a questo sport con un altro approccio. Però quando devo combattere è tesa molto più  di me. La capisco perché quando non combatto anch’io sono tifoso, se poi sul ring sale mio fratello soffro particolarmente».
Si dice che il suo primo tentativo di scalata al titolo italiano contro Messi a Bergamo lo abbia perso sugli spalti, perché?
«A Bergamo ci fu una rivincita con Luca Messi, a tifare per lui arrivò tutta la curva dell’Atalanta. Il match era a mio favore, e alcuni colleghi presenti mi confermarono la buona prestazione dicendomi che in realtà avevo vinto io. I giudici in quel caso subirono una pressione psicologica. Succede, poi la storia ha rimesso tutto a posto»
Se avesse dei figli farebbe fare loro questo sport?
«Certo. Il pugilato non forma solo fisicamente, come comunemente si crede. Ti forma caratterialmente perché richiede volontà, costanza e immensi sacrifici. Ti fa sviluppare molto autocontrollo. La forza sta nel carattere e nell’accettazione del sacrificio. Sia io che mio fratello non abbiamo mai avuto un problema nella vita di tutti i giorni. È un esercizio continuo di autodisciplina».
Qual è il suo colpo migliore?
«Il montante sinistro al fegato. È un colpo non appariscente ma estremamente efficace perché se lo tiri con precisione svuota completamente l’avversario»

Le sue mani sono assicurate?
«No (sorride ndr)».

Michele Mancino
michele@varesenews.it

Torna all'inizio dell'articolo