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Ore 18.06.38
Giorno
01/06/07
Latte, il dossier di Varesenews

Dalla Prealpina latte una sfida alle multinazionali del latte

Multinazionali e latte Varese: 
una battaglia per la sopravvivenza
 

Gorgonzola DOP varesino

 

Varese – Si aggrava la situazione finanziaria della multinazionale. Gli allevatori locali tirano un sospiro di sollievo, dopo la scelta di mantenere la produzione in casa propria

Crisi Parmalat, così Varese mise al sicuro il suo latte 


(11 dicembre 2003) Parmalat non rimborsa i risparmiatori e anche gli allevatori temono: se la crisi societaria si aggrava, per molte aziende agricole del nord saranno guai. Tirano un sospiro di sollievo, invece, i custodi del latte varesino; gli allevatori che difesero il marchio Latte Varese con i denti, nel 1997, sopportando una guerra commerciale durata due anni con il colosso della famiglia Tanzi. Mai scelta si rivelò più azzeccata. Il presidente della cooperativa che gestisce la centrale del latte del capoluogo, Fabio Binelli (foto), è stato uno dei protagonisti di quella battaglia. 
Se aveste ceduto alla Parmalat oggi il latte varesino non esisterebbe più?
«Sì, il mantenimento dell'attività produttiva era fondamentale per l'agricoltura della nostra provincia. Fu una scelta giusta e la storia di questi anni lo ha dimostrato. Gallarate e Busto vendettero e ora non producono più. Noi abbiamo un ruolo anche sociale. Preleviamo da stalle piccole, che producono in media cinque quintali al giorno, mentre nelle stalle del lodigiano si producono cinquanta o sessanta quintali al giorno. Abbiamo più costi, ma così salvaguardiamo l'aspetto cooperativo e di mantenimento della produzione varesina».
Come vinceste la guerra con la Parmalat?
«Nel 1990 i bilanci della cooperativa erano in perdita. Intervenne la Lactis, un consorzio di produttori di Bergamo, che fece il suo ingresso con due amministratori. Gli agricoltori discussero per anni se aderire o meno al consorzio, poi si decisero a vendere la cooperativa. Ma nel 1996 Lactis vene assorbita da Parmalat. La prospettiva cambiò. Ottenemmo un periodo di riflessione. Gli agricoltori decisero di disdire ogni contratto. La multinazionale reagì e scatenò una guerra commerciale nel Varesotto senza precedenti».
Gli agricoltori, dunque, erano propensi a vendere a Lactis mentre non si fidavano di Parmalat.
«Esatto, anche se non sono totalmente d'accordo con quella valutazione. Lactis, pensavano, era un consorzio di allevatori bergamaschi e quindi più vicino alle nostra realtà. Quando intervenne Parmalat, però, le posizioni furono molto nette. Nell'ambiente si sapeva che la multinazionale aveva fatto la sua fortuna con le dilazioni di pagamento ai fornitori. Inoltre eravamo tutti convinti che non avrebbe avuto sensibilità per il territorio. Io venni scelto come presidente proprio per condurre questa operazione».
E poi?
«Nell'ottobre del 1997 interrompemmo i rapporti. Poco dopo, in una sola settimana, Parmalat ci portò via tutti i nostri commerciali. Poi iniziarono a offrire latte a prezzi stracciati ai distributori. Una strategia, tra l'altro, molto costosa per loro».
Foste sull'orlo della capitolazione?
«Certo, loro cercavano di colpirci sul nostro punto debole, il lato finanziario».
Con quali forze riusciste a resistere?
«L'appartenenza. Ci fu una grande mobilitazione di tutta la cooperativa. I soci, dal canto loro, erano convintissimi della loro scelta e mai nessuno in questi anni l'ha messa in discussione. Tra i dipendenti, poi, ci fu vero spirito di sacrificio. Pensi che c'erano dei giorni in cui arrivavamo al lavoro e scoprivamo ad esempio che il nostro autista era passato a Parmalat».
Che cosa si fa in questi momenti?
«Si chiede al magazzinieri di guidare il camion e si passa il lavoro del magazziniere a uno dell'amministrazione. Il nostro prodotto deve essere consegnato tutti i giorni, non potevamo sgarrare e solo l'impegno dei nostri lavoratori ci ha salvato».
I rivenditori vi abbandonarono?
«Bisogna distinguere: la grande distribuzione segue delle logiche centralizzate che hanno poco a che fare con la volontà dei consumatori. Ma avemmo una fortuna. Molti rivenditori pensavano che abbandonare il Latte Varese avrebbe avuto un cattivo impatto sui consumatori affezionati a un prodotto locale. Così, piano piano, riconquistammo anche la rete di distribuzione».
Identità, dunque è stata le ricetta vincente?

«Sì, da tutti i punti di vista: allevatori, lavoratori e mercato locale. Inoltre, in Lombardia c'è una vera cultura del latte fresco, questo ci ha aiutato».
E il domani?
«Vorremmo allargare la nostra rete distributiva, ma il marchio non ha grossa presa fuori dai confini locali. Diversificheremo: stiamo già realizzando il gorgonzola». 

Tutto fatto in casa, niente multinazionali, niente obbligazioni, niente alta finanza. Solo difesa orgogliosa del proprio lavoro. Varese, mica isole Cayman.

Roberto Rotondo

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