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Professor
Laforgia, perché tra i tanti aspetti riguardanti le leggi razziali
lei ha scelto quello dei media e della comunicazione?
«È una scelta di metodo e didattica al tempo stesso. Nasce da
un'abitudine all'insegnamento. Io ho sempre trovato difficile
comunicare l'olocausto nella sua drammaticità. Parlando di come i
giornali trattarono l'argomento delle leggi razziali si riesce a
comprendere il fenomeno in un aspetto della sua quotidianità. Anche
se poi sono convinto che l'esclusione della vita sociale non sia
meno drammatica». (foto: prof. Enzo R. Laforgia)
Per molti ebrei italiani fu uno shock.
«Fu un trauma perché le comunità ebraiche
italiane erano, tra quelle europee, le più integrate, anche se la
parola non mi piace. Per molti sarà una tragedia essere esclusi dal
partito nazionale fascista. I dati delle espulsioni nel mondo della
scuola sono emblematici: 100 maestri, 276 presidi tra licei e
istituti tecnici, 95 professori universitari, 195 libere docenze
revocate, 2500 studenti delle elementari, 4000 delle medie
superiori. Numeri importanti se pensiamo che la popolazione ebraica
in Italia era composta di circa 40mila persone. Erano una
percentuale minima della totalità della popolazione italiana, ma si
accanirono contro di loro perché rappresentavano un'élite
culturale»
Nelle sue ricerche, tra gli articoli pubblicati nel '38 dalla Cronaca
Prealpina e dal Luce, ha trovato voci, anche velatamente,
dissonanti?
«No, perché non era possibile. Tutti i giornali nazionali e
locali erano allineati. Il controllo della stampa è già totale
negli anni '20 e nel '28 ai prefetti vengono date disposizioni che
non vengano pubblicate notizie su omicidi e suicidi. Non viene data
una rappresentazione reale del Paese. Arnaldo Mussolini dirà che le
notizie più serie e complesse sono la Befana fascista e i doni del
duce».
Che situazione c'era alla Cronaca
Prealpina di Varese?
«Nel '38 direttore era Niccolò
Giani, un fascista perfetto, con tanto di cattedra universitaria di mistica fascista. La
proprietà del giornale era del partito, l'ex direttore Bagaini era
stato allontanato nel '28 perché non allineato. Però Giani lo
richiamerà al giornale per affidargli rubriche legate al turismo».
Il "Luce", periodico cattolico, non si
risparmiò nella campagna contro gli ebrei. Lei riporta due articoli
di un certo Don Walter.
«Don Walter rappresenta una delle anime della chiesa . C'era chi
prese le distanze dal neopaganesimo nazista, e chi invece alimentò
il pregiudizio contro gli ebrei colpevoli di deicidio. Non
dimentichiamo che padre Agostino Gemelli esaltò il suicidio di un
professore ebreo come esempio. Una situazione a dir poco ambigua».
Gli ebrei italiani si aspettavano quanto poi sarebbe successo?
«Innanzitutto il Manifesto degli scienziati
razzisti fu pubblicato sul
"Giornale d'Italia" il 14 luglio 1938, quindi in piena
estate. Si fa largo un tipo di razzismo sconosciuto in Italia,
quello biologico. Un valore aggiunto al solito pregiudizio
antigiudaico. Anche se io ritengo che il più pericoloso sia
il nazional razzismo. In quegli anni sarà anche ripubblicato,
a cura di Evola, "I protocolli dei Savi di Sion".
Comunque nel '38 la prospettiva non era così catastrofica. Lo
stesso Vittorio Foa manderà in un primo tempo dal confino lettere
per tranquillizzare la famiglia e subito dopo scriverà in una
lettera "vedrete che arriverà il peggio"».
Perché la popolazione non si oppose a questa situazione?
«Mi piace citare il titolo di un libro di Raul Hilberg
"Carnefici, vittime e spettatori". Ecco io penso che molti
furono spettatori e quella colpa va capita storicamente. Chi era
nato negli anni Venti era intriso di cultura fascista. Ad esempio
per Nuto Revelli la campagna di Russia sarà un momento determinante
per capire che il regime fascista non dice la verità. E poi dietro
la scelta della soluzione finale c'è una macchina che funziona in
modo implacabile. La burocrazia dello sterminio si attiva perché
l'apparato totalitario funziona, è stato rodato per vent'anni e
pochi sono quelli che mettono in discussione i singoli passaggi».
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