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Al
Direttore del «Luce»
e p.c.
al Direttore di «Varese News»
Egregio Dottor Saverio Clementi,
ho
letto con attenzione la pagina che il Suo giornale, il 2 febbraio,
ha voluto dedicare ai documenti da me raccolti e pubblicati in
Internet, grazie all’ospitalità della quotidiano on line «Varese
News», sotto il titolo 1938: Cronaca delle leggi razziali.
Cercherò di rispondere alle osservazioni che mi vengono mosse,
sicuro che vorrà dare ospitalità anche a questo mio intervento.
Devo innanzitutto richiamare quanto avevo scritto nella
presentazione ai documenti pubblicati in occasione del Giorno della
memoria: «I materiali [...] raccolti intendono documentare il modo
in cui il quotidiano varesino “Cronaca Prealpina” registrò
l'avvio della campagna razzista tra il luglio ed il dicembre del
1938. Non si vuole fare una “storia” dell'introduzione della
legislazione razziale fascista, ma semplicemente offrire la
possibilità di sfogliare le pagine del giornale quotidiano, per
seguire, nella dimensione locale e limitandosi al giro di pochi
mesi, il progressivo incalzare della politica antiebraica voluta da
Mussolini.» In sostanza, non intendevo proporre un lavoro
storiografico, né il medium prescelto lo avrebbe facilmente
consentito, ma semplicemente dare la possibilità di rivivere il
clima di odio crescente alimentato dal fascismo verso una parte
della società italiana.
Come si sa bene – e i contributi
storiografici ormai non mancano – una volta deliberata da
Mussolini la persecuzione antiebraica occorreva che gli italiani la
percepissero come necessaria. In quest’opera di convincimento la
stampa, ormai sotto il pieno controllo del regime già dagli anni
Venti, giocò un ruolo fondamentale. Lo stesso Emilio De Bono
annotava a tale proposito nei suoi diari che, in questa occasione,
«la stampa [...] è più del solito servilmente schifosa». Nella
stessa presentazione, inoltre, precisavo: «Accanto ad una scelta di
articoli della “Cronaca Prealpina”, abbiamo ritenuto utile
proporre due articoli relativi allo stesso periodo dell'organo
dell'Azione Cattolica della provincia di Varese, indicativi di una
certa ambiguità di fondo nella posizione che una parte della Chiesa
assunse nei confronti della campagna promossa dal fascismo [...].»
Nella scelta di queste parole sono stato, le assicuro, estremamente
cauto, consapevole della delicatezza del tema e delle sensibilità
che andavo a sfiorare. Ritenevo opportuno proporre in quell’occasione
«due articoli» - e non gli unici due – al fine di documentare
«una certa ambiguità» di «una parte della Chiesa»: non quindi
del «Luce» né tanto meno della Chiesa tout court. Non credo
perciò di aver mai mosso accuse. So bene che affrontare il tema
della posizione della Chiesa cattolica nei confronti della campagna
razzista promossa dal fascismo e dal nazismo significa addentrarsi
in un terreno oltremodo spinoso. Le posizioni, gli atteggiamenti, i
gesti e le scelte furono molto differenti, perché numerose e
complesse erano le implicazioni religiose, teologiche, culturali e
politiche. Mi pare però si possa serenamente condividere l’analisi
che propose a tal riguardo Renzo De Felice: «l’atteggiamento
della Santa Sede rispetto ai provvedimenti razziali fascisti fu a
sua volta sostanzialmente timido e rivolto non a difendere gli
ebrei, ma a difendere precise prerogative della Chiesa cattolica in
Italia. Questo per la Santa Sede; quanto alle sfere dirigenti
cattoliche in Italia, se tra esse vi furono dei tenaci difensori
degli ebrei vi furono anche [...] dei tenaci assertori dell’antisemitismo
fascista.» (Storia degli ebrei italiani sotto il fascismo. Nuova
edizione ampliata, Torino, Einaudi, 1999, p. 295.) Cioè, se non
mancarono coraggiose prese di posizione individuali, se non mancò l’intervento
della Chiesa a difesa delle vite umane nei momenti più drammatici
della persecuzione - benché non vi sia stata una chiara ed univoca
presa di posizione ufficiale -, si registrarono anche atteggiamenti
opposti, appiattiti alle peggiori posizioni dell’antisemitismo
fascista (come quelli espressi dal gruppo «Vita e pensiero» di
Milano e del suo più illustre esponente, padre Agostino Gemelli).
Certo, non mancarono nemmeno le immediate critiche alla volgare
campagna fascista da parte della stampa cattolica, come «L’Italia»
di Milano o «L’avvenire d’Italia» di Bologna. Ma non credo che
accanto a queste testate si possa mettere il nostro «Luce».
Peraltro, come fa notare Franco
Giannantoni, richiamato in uno dei due interventi, il bisettimanale
dell’Azione Cattolica fu schierato, sino al 25 luglio del 1943,
«come la maggioranza della stampa cattolica dalla parte del
regime» (Fascismo, guerra e società nella Repubblica sociale
italiana. Varese 1943-1945, Milano, Angeli, 1999, p. 301.) Non mi
pare, del resto, che i due interventi ospitati dal Suo giornale
rechino esempi differenti relativamente al periodo di cui mi sono
interessato. Ho evidentemente sbagliato nel proporre solo due
articoli (quello del 2 agosto e quello del 19 successivo) per
tratteggiare la posizione del giornale in quell’odiosa campagna di
odio. È giusto. Avrei dovuto (e penso a questo punto che la
documentazione messa in rete debba essere aggiornata) richiamare l’editoriale
del solito Don Walter, Le cose a posto (23 agosto), in cui si
sosteneva che «Il problema razziale italiano si mantiene in un
equilibrio nobile e giusto»; le notizie, non firmate, pubblicate
sulla prima pagina del 2 settembre relative al sostegno della
massoneria internazionale verso i giudei perseguitati e alle
deliberazioni in materia razziale del Consiglio dei ministri; la
nota, non firmata, pubblicata sulla prima pagina del 9 settembre, Il
Papa e il razzismo, in cui si riportavano le parole del pontefice
pronunciate nel corso di un’udienza concessa a maestre e maestri
dell’Azione Cattolica, in cui sarebbe stata affermata la
necessità, il dovere di «educare le razze meno civili»; l’ampio
risalto che veniva dato il 15 novembre, in prima pagina e senza
firma, alla Epurazione libraria, salvezza della stirpe; la piena
condivisione, il 22 novembre nell’articolo senza firma Gli ebrei
nella nuova Ungheria, della campagna antiebraica avviata in
Ungheria, che finalmente avrebbe portato il necessario equilibrio
«nello squilibrio che si era venuto determinando per l’invadenza
esagerata degli ebrei nella vita economica, culturale, commerciale,
industriale, politica e finanziaria del Paese»; l’editoriale
intitolato Il castigo, del 29 novembre e ancora a firma Don Walter,
in cui si giustificava la persecuzione antiebraica avviata in
Germania e le misure discriminatorie introdotte in Italia, con
affermazioni di questo tenore: «Chi dà un’occhiata anche
sommaria ai disordini, alle rivoluzioni, alle tempeste, che in quest’ultimo
trentennio sono scoppiate nei continenti, coglie subito le impronte
del movimento, il colore, i metodi, le caratteristiche, che rivelano
la identica mente che dirige, la stessa mano che opera, cioè il
giudaismo internazionale. Questa forza dispersa pel mondo e legata
da fili infrangibili, padrona dell’oro, della finanza, dei posti
di comando e di tanti governi, ha superbamente pensato ad un dominio
universale sotto il potere della vecchia sinagoga risorta.» E forse
avrei dovuto anche richiamare l’editoriale, ancora di Don Walter,
apparso nella prima pagina del 2 dicembre, Immortal benefica fede,
con i soliti accenni al «giudaismo massonico che ha minato le
nazioni contro la Chiesa», seguito dalla nota redazionale che
richiamava passi tratti dalla «Difesa della Razza», a sostegno
della perfetta compatibilità tra razzismo e cattolicesimo. Mi viene
anche fatto notare che, accanto a questi deliri, si alzò chiara la
posizione del cardinale Schuster contro il razzismo, bollato come
eresia antiromana, riproposta dal quotidiano «L’Italia» del 15
novembre. Anche il «Luce» ne pubblicò ampi stralci nel numero del
25 novembre, precisando, tuttavia, che l’omelia in questione aveva
come bersaglio «l’errata dottrina del razzismo, come viene
propugnata nelle regioni nordiche dell’Europa», lasciando quindi
intendere, come era stato più volte ribadito, che il razzismo
italiano era ben lungi dall’inseguire le aberrazioni tedesche in
odore di neopaganesimo. Ma a questo punto si dovrebbe dar conto
anche di un’altra celebre omelia dell’epoca, quella del vescovo
di Cremona, monsignor Cazzani, pronunciata in occasione dell’epifania
del 1939. Anche di questa il «Luce» offrì un ampio resoconto
riproducendone i passi relativi alla questione ebraica nella prima
pagina del 24 gennaio 1939: anche il vescovo di Cremona prese le
distanze dagli «eccessi» di una campagna razziale che rischiava di
tradursi in puro «odio». Tuttavia sostenne la necessità di una
netta separazione tra ebrei e cristiani, arrivando a prefigurare una
perfetta sintonia tra le disposizioni fasciste e le posizioni della
Chiesa: «Secondo le leggi della Chiesa anche oggi, come sempre, un
cattolico non può sposare un’ebrea o viceversa. E la Chiesa ha
sempre fatto di tutto, e fa di tutto anche oggi, per impedire questi
matrimoni misti. Ed anche oggi i cattolici ossequienti agli
indirizzi della Chiesa, non prendono e non accettano certo domestici
ebrei, né si mettono al servizio degli ebrei in convivenza
famigliare con essi; e molto meno affidano i bimbi da allattare a
balie ebree, o i figli da istruire e da educare a maestri ebrei. E
se nelle nostre scuole, fino a ieri, non erano pochi gli insegnanti
ebrei ciò non era per opera della Chiesa.» Per quello che mi
riguarda, non era mio scopo accusare o, peggio, condannare. Ma non
credo possa essere smentita la denuncia – e qui devo ripetermi -
«di una certa ambiguità di fondo nella posizione che una parte
della Chiesa assunse nei confronti della campagna promossa dal
fascismo». Vale la pena forse richiamare il documento «Noi
ricordiamo: una riflessione sulla Shoah», elaborato dalla
Commissione per i Rapporti Religiosi con l'Ebraismo, reso pubblico
il 16 marzo 1998, che al capo IV dichiarava: «Non si può ignorare
la differenza che esiste tra l'antisemitismo basato su teorie
contrarie al costante insegnamento della Chiesa circa l'unità del
genere umano e l'uguale dignità di tutte le razze e di tutti i
popoli, ed i sentimenti di sospetto e di ostilità perduranti da
secoli che chiamiamo antigiudaismo, dei quali, purtroppo, anche dei
cristiani sono stati colpevoli. [...] Non possiamo conoscere quanti
cristiani in paesi occupati o governati dalle potenze naziste o dai
loro alleati, constatarono con orrore la scomparsa dei loro vicini
ebrei, ma non furono tuttavia forti abbastanza per alzare le loro
voci di protesta. Per i cristiani questo grave peso di coscienza di
loro fratelli e sorelle durante l'ultima guerra mondiale deve essere
un richiamo al pentimento. Deploriamo profondamente gli errori e le
colpe di questi figli e figlie della Chiesa.» Sulla scia di questo
documento, il pontefice Giovanni Paolo II in visita al Mausoleo di
Yad Vashem di Gerusalemme il 23 marzo 2000 affermava con grande
coraggio e umiltà: «Come Vescovo di Roma e Successore
dell'Apostolo Pietro, assicuro il popolo ebraico che la Chiesa
cattolica, motivata dalla legge evangelica della verità e
dell'amore e non da considerazioni politiche, è profondamente
rattristata per l'odio, gli atti di persecuzione e le manifestazioni
di antisemitismo dirette contro gli ebrei da cristiani in ogni tempo
e in ogni luogo. La Chiesa rifiuta ogni forma di razzismo come una
negazione dell'immagine del Creatore intrinseca ad ogni essere
umano. In questo luogo di solenne memoria, prego ferventemente che
il nostro dolore per la tragedia sofferta dal popolo ebraico nel XX
secolo conduca a un nuovo rapporto fra Cristiani ed Ebrei.
Costruiamo un futuro nuovo nel quale non vi siano più sentimenti
antiebraici fra i Cristiani o sentimenti anticristiani fra gli
Ebrei, ma piuttosto il reciproco rispetto richiesto a coloro che
adorano l'unico Creatore e Signore e guardano ad Abramo come il
comune padre nella fede.»
Enzo R.
Laforgia
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