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Ore 17.57.08
Giorno
01/06/07
Padre Gianfranco Barbieri (Rho): «Ambiguità della Chiesa? Giudizio sbrigativo»

"1938: Cronaca delle leggi razziali"

Intervista allo storico Enzo Laforgia: «Ci furono vittime, carnefici e tanti spettatori»

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Il giorno della memoria - Il Luce partecipò o no all'odiosa campagna razzista nei confronti degli ebrei italiani nel 1938? Lo storico varesino Enzo R. Laforgia risponde al direttore del Luce

«Una parte della Chiesa fu ambigua»


Al Direttore del «Luce»
e p.c.
al Direttore di «Varese News»

Egregio Dottor Saverio Clementi,

ho letto con attenzione la pagina che il Suo giornale, il 2 febbraio, ha voluto dedicare ai documenti da me raccolti e pubblicati in Internet, grazie all’ospitalità della quotidiano on line «Varese News», sotto il titolo 1938: Cronaca delle leggi razziali. Cercherò di rispondere alle osservazioni che mi vengono mosse, sicuro che vorrà dare ospitalità anche a questo mio intervento. Devo innanzitutto richiamare quanto avevo scritto nella presentazione ai documenti pubblicati in occasione del Giorno della memoria: «I materiali [...] raccolti intendono documentare il modo in cui il quotidiano varesino “Cronaca Prealpina” registrò l'avvio della campagna razzista tra il luglio ed il dicembre del 1938. Non si vuole fare una “storia” dell'introduzione della legislazione razziale fascista, ma semplicemente offrire la possibilità di sfogliare le pagine del giornale quotidiano, per seguire, nella dimensione locale e limitandosi al giro di pochi mesi, il progressivo incalzare della politica antiebraica voluta da Mussolini.» In sostanza, non intendevo proporre un lavoro storiografico, né il medium prescelto lo avrebbe facilmente consentito, ma semplicemente dare la possibilità di rivivere il clima di odio crescente alimentato dal fascismo verso una parte della società italiana. 

Come si sa bene – e i contributi storiografici ormai non mancano – una volta deliberata da Mussolini la persecuzione antiebraica occorreva che gli italiani la percepissero come necessaria. In quest’opera di convincimento la stampa, ormai sotto il pieno controllo del regime già dagli anni Venti, giocò un ruolo fondamentale. Lo stesso Emilio De Bono annotava a tale proposito nei suoi diari che, in questa occasione, «la stampa [...] è più del solito servilmente schifosa». Nella stessa presentazione, inoltre, precisavo: «Accanto ad una scelta di articoli della “Cronaca Prealpina”, abbiamo ritenuto utile proporre due articoli relativi allo stesso periodo dell'organo dell'Azione Cattolica della provincia di Varese, indicativi di una certa ambiguità di fondo nella posizione che una parte della Chiesa assunse nei confronti della campagna promossa dal fascismo [...].» Nella scelta di queste parole sono stato, le assicuro, estremamente cauto, consapevole della delicatezza del tema e delle sensibilità che andavo a sfiorare. Ritenevo opportuno proporre in quell’occasione «due articoli» - e non gli unici due – al fine di documentare «una certa ambiguità» di «una parte della Chiesa»: non quindi del «Luce» né tanto meno della Chiesa tout court. Non credo perciò di aver mai mosso accuse. So bene che affrontare il tema della posizione della Chiesa cattolica nei confronti della campagna razzista promossa dal fascismo e dal nazismo significa addentrarsi in un terreno oltremodo spinoso. Le posizioni, gli atteggiamenti, i gesti e le scelte furono molto differenti, perché numerose e complesse erano le implicazioni religiose, teologiche, culturali e politiche. Mi pare però si possa serenamente condividere l’analisi che propose a tal riguardo Renzo De Felice: «l’atteggiamento della Santa Sede rispetto ai provvedimenti razziali fascisti fu a sua volta sostanzialmente timido e rivolto non a difendere gli ebrei, ma a difendere precise prerogative della Chiesa cattolica in Italia. Questo per la Santa Sede; quanto alle sfere dirigenti cattoliche in Italia, se tra esse vi furono dei tenaci difensori degli ebrei vi furono anche [...] dei tenaci assertori dell’antisemitismo fascista.» (Storia degli ebrei italiani sotto il fascismo. Nuova edizione ampliata, Torino, Einaudi, 1999, p. 295.) Cioè, se non mancarono coraggiose prese di posizione individuali, se non mancò l’intervento della Chiesa a difesa delle vite umane nei momenti più drammatici della persecuzione - benché non vi sia stata una chiara ed univoca presa di posizione ufficiale -, si registrarono anche atteggiamenti opposti, appiattiti alle peggiori posizioni dell’antisemitismo fascista (come quelli espressi dal gruppo «Vita e pensiero» di Milano e del suo più illustre esponente, padre Agostino Gemelli). Certo, non mancarono nemmeno le immediate critiche alla volgare campagna fascista da parte della stampa cattolica, come «L’Italia» di Milano o «L’avvenire d’Italia» di Bologna. Ma non credo che accanto a queste testate si possa mettere il nostro «Luce». 

Peraltro, come fa notare Franco Giannantoni, richiamato in uno dei due interventi, il bisettimanale dell’Azione Cattolica fu schierato, sino al 25 luglio del 1943, «come la maggioranza della stampa cattolica dalla parte del regime» (Fascismo, guerra e società nella Repubblica sociale italiana. Varese 1943-1945, Milano, Angeli, 1999, p. 301.) Non mi pare, del resto, che i due interventi ospitati dal Suo giornale rechino esempi differenti relativamente al periodo di cui mi sono interessato. Ho evidentemente sbagliato nel proporre solo due articoli (quello del 2 agosto e quello del 19 successivo) per tratteggiare la posizione del giornale in quell’odiosa campagna di odio. È giusto. Avrei dovuto (e penso a questo punto che la documentazione messa in rete debba essere aggiornata) richiamare l’editoriale del solito Don Walter, Le cose a posto (23 agosto), in cui si sosteneva che «Il problema razziale italiano si mantiene in un equilibrio nobile e giusto»; le notizie, non firmate, pubblicate sulla prima pagina del 2 settembre relative al sostegno della massoneria internazionale verso i giudei perseguitati e alle deliberazioni in materia razziale del Consiglio dei ministri; la nota, non firmata, pubblicata sulla prima pagina del 9 settembre, Il Papa e il razzismo, in cui si riportavano le parole del pontefice pronunciate nel corso di un’udienza concessa a maestre e maestri dell’Azione Cattolica, in cui sarebbe stata affermata la necessità, il dovere di «educare le razze meno civili»; l’ampio risalto che veniva dato il 15 novembre, in prima pagina e senza firma, alla Epurazione libraria, salvezza della stirpe; la piena condivisione, il 22 novembre nell’articolo senza firma Gli ebrei nella nuova Ungheria, della campagna antiebraica avviata in Ungheria, che finalmente avrebbe portato il necessario equilibrio «nello squilibrio che si era venuto determinando per l’invadenza esagerata degli ebrei nella vita economica, culturale, commerciale, industriale, politica e finanziaria del Paese»; l’editoriale intitolato Il castigo, del 29 novembre e ancora a firma Don Walter, in cui si giustificava la persecuzione antiebraica avviata in Germania e le misure discriminatorie introdotte in Italia, con affermazioni di questo tenore: «Chi dà un’occhiata anche sommaria ai disordini, alle rivoluzioni, alle tempeste, che in quest’ultimo trentennio sono scoppiate nei continenti, coglie subito le impronte del movimento, il colore, i metodi, le caratteristiche, che rivelano la identica mente che dirige, la stessa mano che opera, cioè il giudaismo internazionale. Questa forza dispersa pel mondo e legata da fili infrangibili, padrona dell’oro, della finanza, dei posti di comando e di tanti governi, ha superbamente pensato ad un dominio universale sotto il potere della vecchia sinagoga risorta.» E forse avrei dovuto anche richiamare l’editoriale, ancora di Don Walter, apparso nella prima pagina del 2 dicembre, Immortal benefica fede, con i soliti accenni al «giudaismo massonico che ha minato le nazioni contro la Chiesa», seguito dalla nota redazionale che richiamava passi tratti dalla «Difesa della Razza», a sostegno della perfetta compatibilità tra razzismo e cattolicesimo. Mi viene anche fatto notare che, accanto a questi deliri, si alzò chiara la posizione del cardinale Schuster contro il razzismo, bollato come eresia antiromana, riproposta dal quotidiano «L’Italia» del 15 novembre. Anche il «Luce» ne pubblicò ampi stralci nel numero del 25 novembre, precisando, tuttavia, che l’omelia in questione aveva come bersaglio «l’errata dottrina del razzismo, come viene propugnata nelle regioni nordiche dell’Europa», lasciando quindi intendere, come era stato più volte ribadito, che il razzismo italiano era ben lungi dall’inseguire le aberrazioni tedesche in odore di neopaganesimo. Ma a questo punto si dovrebbe dar conto anche di un’altra celebre omelia dell’epoca, quella del vescovo di Cremona, monsignor Cazzani, pronunciata in occasione dell’epifania del 1939. Anche di questa il «Luce» offrì un ampio resoconto riproducendone i passi relativi alla questione ebraica nella prima pagina del 24 gennaio 1939: anche il vescovo di Cremona prese le distanze dagli «eccessi» di una campagna razziale che rischiava di tradursi in puro «odio». Tuttavia sostenne la necessità di una netta separazione tra ebrei e cristiani, arrivando a prefigurare una perfetta sintonia tra le disposizioni fasciste e le posizioni della Chiesa: «Secondo le leggi della Chiesa anche oggi, come sempre, un cattolico non può sposare un’ebrea o viceversa. E la Chiesa ha sempre fatto di tutto, e fa di tutto anche oggi, per impedire questi matrimoni misti. Ed anche oggi i cattolici ossequienti agli indirizzi della Chiesa, non prendono e non accettano certo domestici ebrei, né si mettono al servizio degli ebrei in convivenza famigliare con essi; e molto meno affidano i bimbi da allattare a balie ebree, o i figli da istruire e da educare a maestri ebrei. E se nelle nostre scuole, fino a ieri, non erano pochi gli insegnanti ebrei ciò non era per opera della Chiesa.» Per quello che mi riguarda, non era mio scopo accusare o, peggio, condannare. Ma non credo possa essere smentita la denuncia – e qui devo ripetermi - «di una certa ambiguità di fondo nella posizione che una parte della Chiesa assunse nei confronti della campagna promossa dal fascismo». Vale la pena forse richiamare il documento «Noi ricordiamo: una riflessione sulla Shoah», elaborato dalla Commissione per i Rapporti Religiosi con l'Ebraismo, reso pubblico il 16 marzo 1998, che al capo IV dichiarava: «Non si può ignorare la differenza che esiste tra l'antisemitismo basato su teorie contrarie al costante insegnamento della Chiesa circa l'unità del genere umano e l'uguale dignità di tutte le razze e di tutti i popoli, ed i sentimenti di sospetto e di ostilità perduranti da secoli che chiamiamo antigiudaismo, dei quali, purtroppo, anche dei cristiani sono stati colpevoli. [...] Non possiamo conoscere quanti cristiani in paesi occupati o governati dalle potenze naziste o dai loro alleati, constatarono con orrore la scomparsa dei loro vicini ebrei, ma non furono tuttavia forti abbastanza per alzare le loro voci di protesta. Per i cristiani questo grave peso di coscienza di loro fratelli e sorelle durante l'ultima guerra mondiale deve essere un richiamo al pentimento. Deploriamo profondamente gli errori e le colpe di questi figli e figlie della Chiesa.» Sulla scia di questo documento, il pontefice Giovanni Paolo II in visita al Mausoleo di Yad Vashem di Gerusalemme il 23 marzo 2000 affermava con grande coraggio e umiltà: «Come Vescovo di Roma e Successore dell'Apostolo Pietro, assicuro il popolo ebraico che la Chiesa cattolica, motivata dalla legge evangelica della verità e dell'amore e non da considerazioni politiche, è profondamente rattristata per l'odio, gli atti di persecuzione e le manifestazioni di antisemitismo dirette contro gli ebrei da cristiani in ogni tempo e in ogni luogo. La Chiesa rifiuta ogni forma di razzismo come una negazione dell'immagine del Creatore intrinseca ad ogni essere umano. In questo luogo di solenne memoria, prego ferventemente che il nostro dolore per la tragedia sofferta dal popolo ebraico nel XX secolo conduca a un nuovo rapporto fra Cristiani ed Ebrei. Costruiamo un futuro nuovo nel quale non vi siano più sentimenti antiebraici fra i Cristiani o sentimenti anticristiani fra gli Ebrei, ma piuttosto il reciproco rispetto richiesto a coloro che adorano l'unico Creatore e Signore e guardano ad Abramo come il comune padre nella fede.»

Enzo R. Laforgia

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