|
(01.06.2007
) La crisi economica non conosce confini. E' il caso di
dirlo, soprattutto se a restare sotto la scure di un euro che non
perdona sono i nostri vicini svizzeri. In Canton Ticino è crisi
ormai da mesi e negli ultimi tempi il problema si è acuito tanto
che il numero delle aziende che chiudono è sempre più alto. E a
farne le spese non sono solo i cittadini elvetici, a dire il vero
poco abituati a questa situazione di "malessere", ma anche
i frontalieri. Se le aziende dichiarano il fallimento o sono in
crisi, a farne le spese sono, naturalmente, proprio i lavoratori
"stranieri". Secondo l’ultimo dato relativo al giugno 2002 ( con l’entrata in
vigore dei bilaterali, il dato non è stato più rilevato) erano
34.500 provenienti dall'area Como, Varese e Verbano.
15.000 solo i varesini.
Ma com'è la fotografia del mondo produttivo svizzero? Secondo i
dati registrati dalla Camera di Commercio elvetica nel primo
trimestre 2004 in tutto la Svizzera hanno chiuso i battenti 1.281
imprese, con un incremento del 10,7 per cento rispetto allo stesso
periodo del 2003.
Situazione non facile anche nel Canton Ticino: per quanto riguarda le nuove iscrizioni delle ditte
censite nel registro del commercio, sono state 1.958 nel 2001; 1.793
l’anno seguente e 1.696 nel corso del 2003. Per quanto riguarda la
tipologia delle nuove iscrizioni, poco meno della metà (722 su 1.696
lo scorso anno) sono censite nel settore dei servizi, seguono poi il
commercio (514), l’edilizia (297) e l’industria (107)
Facendo una media, del tutto teorica, ogni giorno nascono in Ticino
4,6 nuove imprese e 3,5 spariscono.
La chiusura di un numero sempre maggiore di aziende oltreconfine
costituisce una preoccupazione confermata anche dal sindacato.
Secondo Giovanni Salandin, della Cgil di Varese, «questo problema
si rileva soprattutto nelle aziende manifatturiere. A questa
situazione si somma il fatto che alcuni imprenditori svizzeri,
approfittando di una situazione di crisi dell'economia
d'oltreconfine, cercano di "alleggerire" situazioni
lavorative particolari. Solo qualche giorno fa si è rivolta ai
nostri uffici una frontaliera che dopo 10 giorni di malattia, al
rientro dal lavoro, si è sentita dire dal suo datore di lavoro che
tra due mesi dovrà restare a casa. Questo caso, come altri che ci
si presentano, costituisce un sintomo preciso della situazione che
si sta creando».
|