|
(01.06.2007
) Aiutò persone vicine a Essid Sami Ben Khemais, capo della
cellula terroristica di via Dubini, in attività di supporto al terrorismo.
Ovvero la regolarizzazione di clandestini tramite documenti falsi.
Ma proprio le carte contraffatte erano la specialità, diciamo
così, della cellula lombarda, nell'ambito di un network europeo
dell'estremismo "salafita".
La motivazione della sentenza che condanna Mohamed Mahfoudi, imam di
Gallarate, a un anno e quattro mesi di carcere con la condizionale,
chiarisce come è maturato il concorso esterno in associazione a
delinquere e il favoreggiamento dell'immigrazione clandestina.
Secondo la procura, ai sette arrestati nell'indagine del giugno
2003, erano riservati "compiti di supporto logistico",
regolarizzazioni illegali attraverso tre cooperative: Service, Work
Service e General Service, operanti tra Legnano e Varese.
Il gip, Giovanna Verga, nel giudizio abbreviato riservato a Mahfoudi
e Trabelsi (quest'ultimo assolto), scrive, in sessanta pagine di motivazione (ma
solo cinque sono quelle dedicate specificamente agli imputati), che
l'imam è sostanzialmente confesso in ordine al suo coinvolgimento
nella "regolarizzazione" dei clandestini, "attività
che rientrava nel programma delinquenziale della cellula
lombarda" che faceva capo, tra gli altri e fino al suo arresto,
a Ben Khemais.
Coinvolgimento esterno, ma non organico. L'imam chiede infatti
documenti per due frequentatori della moschea e per il cognato, tra
il settembre e l'ottobre del 2002. Non risultano altre attività
insieme agli altri coimputati.
Nonostante ciò, il giudice ritiene l'attività di tramite tra la
cellula che procura documenti e i clandestini non occasionale, in virtù
di una frase pronunciata durante una conversazione telefonica
intercettata nell'ottobre 2002.
Che però non ci sia partecipazione "interna" alle
attività del gruppo viene specificato in un altro passaggio, dove
la sentenza chiarisce che Mahfoudi aveva
conosciuto Ben Khemais e lo aveva persino aiutato a trovare la casa
di via Dubini, ma successivamente non lo aveva mai frequentato perché
portatore di idee violente.
Tuttavia - è qui sta il punto - dopo il suo arresto, non
poteva non sapere che, rivolgendosi a persone a lui legate, anche se
non direttamente coinvolte nell'inchiesta del 2001, "avrebbe in
questo modo contribuito alla vita dell'associazione prima di Ben
Khemais e poi di Youssef Abdaoui" (quest'ultimo, insieme
ad altri quattro, Abdeklheidi, Loubiri, Jammali e Darraji, è
imputato nel processo con rito ordinario in corso a Milano).
Lo stesso giudice ammorbidisce però la posizione dell'imam riguardo la circostanza
di essere stato socio di una delle società: era solo
una carica formale di cooperative che avevano un grande ricambio di
collaboratori.
Mahfoudi si è sempre giustificato dicendo che ha agito per aiutare alcuni fratelli della moschea (era il male
minore, meglio che lasciarli in clandestinità). La sentenza non lo smentisce:
"Forse proprio il suo incarico di imam - scrive il giudice - ha
determinato il suo coinvolgimento nei fatti in esame". Ma
questo non elimina il reato.
Il legale dell'Imam, Massimo Natali, ha confermato che farà ricorso
in appello.
|