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(01.06.2007
) In questo ultimo periodo di santificazioni e beatificazioni
se ne sono viste parecchie. Non sempre però la preghiera e
l'invocazione sono l'unico mezzo disponibile per manifestare la
propria fede. Spesso, o forse sempre, è alla realtà concreta che
ci circonda che dobbiamo guardare, vivendo e agendo in essa. Servono
allora degli esempi a cui aggrapparsi e a cui fare riferimento, e
uno di questi, uno fra i primi, è Don Primo Mazzolari. Di famiglia
padana e contadina, Don Mazzolari, parroco di Cicognara e Bozzolo
fra il 1921 e il 1959, non è certamente una figura conosciuta a
livello nazionale, ma le opere che ci ha lasciato sono un bene di
inestimabile valore perché contengono la testimonianza di una vita
vissuta seguendo le regole della coerenza e del coraggio. E' questo
il messaggio che il regista Gilberto Squizzato ha cercato di rendere
nel film "L'uomo dell'argine"che verrà finalmente
trasmesso, dopo un rinvio post-elezioni, il sei e sette settembre su
RAI 3, e che ha visto la compartecipazione del primo fra gli eredi
del sacerdote, Arturo Chiodi, scomparso nel settembre dello scorso
anno. Attingendo da libri e lettere del parroco di Bozzolo,
raccogliendo testimonianze dirette di chi lo ha conosciuto da
vicino, Squizzato ha prodotto un film che vuole essere la
testimonianza della vita di un uomo, non romanzandola e miticizzare,
ma utilizzando esclusivamente le parole che furono del prete.
L'idea, racconta il regista in un incontro fortemente voluto alle
ACLI di Gallarate, era quella di raccontare don Mazzolari
"attraverso immagini e situazioni concrete perché il canale è
quello della televisione, e quindi ho scartato l'idea di
concentrarmi solo sulla sua bontà e generosità, o di etichettarlo
attraverso un pensiero sociale e politico preciso, ma ho preferito
cercare l'anima di Mazzolani. Quella che ho cercato di far emergere
dal film è quindi l'anima del primo vero formulatore di una nuova
teologia della storia: la storia non passa da un'altra parte, ma
passa dove sei tu, e tu devi essere pronto a dare una risposta: si o
no". Don Mazzolani è rimasto per oltre trent'anni un
"pretino" di piccoli paesi, ma non per questo si è fatto
piegare o ha rinunciato a ciò in cui credeva. Per quanto non
portasse a nessuna conseguenza significativa il suo "no"
alle richieste dei fascisti "ha sempre dimostrato coerenza
umana nelle parole e nelle azioni, e la sua grandezza è dimostrata
dalla rete di comunicazione che aveva saputo creare, attraverso i
suoi scritti (quasi sempre censurati dal Sant'Uffizio), ma anche
attraverso la sua predicazione e soprattutto il suo esempio".
Avvolto quasi da un velo misterioso è invece il ricordo di Giuseppe
Volta, presidente dell' Associazione Lazzati di Varese, che, giovane
ingegnere, fu "discepolo" di don Mazzolari. La sua è una
"testimonianza da vicino", ma attraverso le parole è
impossibile spiegare la grandezza del personaggio, visto come figura
quasi mitica dalla gente, e poter rendere testimonianza della
potenza delle sue parole e del suo messaggio. Don Mazzolani elaborò
già negli anni quaranta l'idea di una rivoluzione su base
cristiana, parlando prima di tutti di "chiesa dei poveri",
e ponendo l'attenzione sul fatto che la Chiesa non ha il dovere di
essere prudente, ma di porsi davanti alle situazioni e prendere una
decisione nel rispetto del messaggio evangelico. Le sue parole non
furono censurate perché sbagliate, ma perché dette in un momento
sbagliato. Se non furono ascoltate allora, possono però rivelarsi
spaventosamente attuali. Quello che don Mazzolari predica è un
pacifismo attivo e una presa di posizione, individuale o collettiva,
sempre e comunque: il coraggio di dire si o no.
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