|
(01.06.2007) C'è
chi, come il giornalista Beppe Severgnini, lo tiene in salotto e se
ne fa un vanto con gli ospiti. C'è chi lo tiene in camera da letto
e chi li accumula nel garage di casa. C'è chi lo vende e ci
specula. C'è chi lo usa per farsi fotografare in posizioni
erotiche. C'è infine chi lo studia e lo rivaluta. Tutto questo,
compreso il puro collezionismo, è il fenomeno chiamato
retrocomputing, dove il feticcio è il computer obsoleto, superato
commercialmente, ma quasi mai rimpiazzato nel cuore
dell'appassionato.
Sigle che suscitano emozione anche se appena pronunciate: Commodore
84, Amiga500, Spectrum Sinclair, Hp 85 con cpu Capricorn e gli
inossidabili Mac, belli e futuribili già negli anni Ottanta. Un
mondo a parte, un'era in cui il mercato non aveva ancora omologato
chip e memorie di massa (c'erano almeno venti case diverse che
producevano computer), e dove il cyberomanticismo era ancora
praticabile.
A
Varese, al collegio De Filippi, si è tenuta la seconda edizione di
retrocomputing: quindici espositori, arrivati da tutta la Penisola,
persino da Brindisi, hanno esposto le loro macchine. Sul banco dei
relatori un computer di quindici anni fa, riassemblato e posto
"sottovetro" ( la prova provata che è ancora
possibile lavorare con queste macchine), collegato al maxischermo
dove campeggiava la scritta Amstrad, una marca che aveva vissuto,
all'inizio degli anni '90, una stagione di gloria nell'home
computing. «L'obsolescenza dei computer- spiega Bruno Grampa,
sistemista Internet e organizzatore dell'evento - è un
fenomeno legato ad interessi di mercato. Ci sono macchine molto
vecchie su cui linux gira benissimo. Insomma c'è un'obsolescenza
indotta che non risponde ad una esigenza dell'utente. E poi da
alcune di queste macchine c'è ancora molto da imparare».
Gianni
Zamperini, esperto di "archeologia informatica", sostiene
che in alcuni casi sarebbe meglio parlare di retrofeticismo.
«Per alcuni avere un Sun o un Silicon Grafix equivale ad avere il
Santo Graal. Ho visto foto di soggetti in posizioni erotiche con
macchine introvabili e gente che ha ritirato interi settori di fiere
ed esposizioni per stiparle in magazzini». La domanda sorge
spontanea: perché? «È difficile spiegare - continua Zamperini -
un fenomeno così complesso. Si potrebbe pensare a scopi di lucro,
ma nessuno oggi puo' dire con certezza quanto vale una macchina da
retrocomputing, perché varia da Stato a Stato e persino da
provincia a provincia».
Il retrocomputing rimane, dunque, una sorta di riserva tecnosociale,
anche se Nicola D'Agostino ne rivendica l'utilità scientifica.
«Una recente ricerca epistemologica doveva stabilire l'origine
delle faccine, gli smiley, quelle che si usano con Internet. Ebbene,
venne trovato il nastro originale, che conteneva il codice, ma non
si trovava le macchine per leggerlo».
Per fortuna c'è il retrocomputing.
|